Almeno secondo un punto di vista cristiano, possiamo affermare che l’esperienza di Gesù in croce è stata, allo stesso tempo, l’apoteosi del divino e della sofferenza. Il momento in cui il Profeta Gesù è completamente umano nel suo sconfinato dolore, e anche il momento nel quale – sempre secondo un linguaggio cristiano – Dio si mostrerebbe – perdonatemi il gioco di parole – umano per conciliarsi nuovamente con l’umano.
All’inizio del mio percorso spirituale lessi un libro, di cui non ho più memoria del titolo, ma nel quale si narrava del concetto di Dio dopo Auschwitz. E lì veniva espresso un concetto che è rimasto con me per tutto questo tempo: Dio soffrirebbe con l’uomo, com-parteciperebbe alla sua sofferenza, e quando l’uomo, nel suo piccolo, soffre, così succederebbe (in una infinitesimale misura) anche al Divino. Ovviamente non dobbiamo intendere questa sofferenza di Dio come una cosa cerebrale, intellettiva, psicologica, emotiva – poiché Dio trascende tutto ciò e ogni possibile descrizione umana sarebbe un limitare la Sua essenza – bensì un moto interiore della Sua esistenza eterna che lo farebbe, come detto, com-partecipare al dolore di coloro che ha creato. E’ per questo che la nostra solitudine non è mai davvero tale.
Ed è proprio qui che – secondo la teologia e il dogma cristiano – sta la risposta della Sua incarnazione in una vita di nascita, crescita e morte, che si è vista in Gesù.
Quando il Messia dice nel Vangelo di Giovanni: «Io e il Padre siamo una cosa sola», io tendo a interpretare queste parole sulla base di ciò che dice l’Islam a proposito di Gesù. Non era Dio; non era una Sua incarnazione. Come detto, tutto ciò è impossibile in quanto Dio – secondo il Corano – trascende tutto ciò che gli viene associato. E’ l’Assoluto. E in quanto Assoluto non può venire rinchiuso in un corpo che muore, prova sofferenza, ha bisogno di cibo, ed esiste come tutti noi.
Piuttosto Gesù si era totalmente identificato con Dio nel senso che aveva annullato totalmente sé stesso per compiere, attraverso di sé, il volere di Dio solo. Non esisteva più con una sua volontà propria. Questo l’Islam mistico lo chiama Fanà – l’annichilimento delle proprie pulsioni per annullarsi e perdersi nell’oceano luminoso ed infinito di Dio. Ma per compiere questo passaggio Gesù ha dovuto vivere la sofferenza dell’abbandono. I discepoli che si allontanano; il silenzio di Dio nel Getsemani; il dolore della croce affinché sia compiuta la profezia biblica. Soltanto perdendo tutto, possiamo trovare Dio: questo potrebbe essere l’insegnamento cardine del Messia.
L’esistenza di Gesù (all’infuori del dogma della croce e dell’incarnazione) sarebbe servita affinché l’uomo potesse meglio comprendere che esso vive (e deve vivere) per l’Eterno, che all’infuori dell’Assoluto nulla esiste, e che nell’Assoluto tutto si unisce e si riconcilia – anche e soprattutto la sofferenza della perdita degli altri e di sé. Gesù ci ha insegnato che Dio lo potremo “incontrare” soltanto nel momento della morte. E’ per questo che, come dicono tutte i mistici di tutte le religioni, il momento della morte è l’atto più importante della vita di un essere umano. Se lo sprechi, hai sprecato un’esistenza. Gesù è venuto per questo: per insegnarci che nella morte di sé c’è la rinascita in Dio.
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