Sarajevo: un racconto di fede e di anime

Sarajevo: un racconto di fede e di anime

Il desiderio di pregare in moschea era alto. Alto come il monte sul quale si rifugiano gli asceti nella sovrabbondanza di Dio.

Era il suo ultimo giorno a Sarajevo. L’ultima mattina, in realtà; sarebbe ripartito di lì a poche ore. Pochi giorni nei quali si rese conto di quanto la devozione sia il mezzo per la realizzazione ultima dell’uomo.

La sera prima chiese a un anziano signore, che si occupava dell’apertura e della gestione della moschea della Bascarsija, quale fosse l’ora esatta per la preghiera dell’alba il giorno seguente.

Quell’uomo – che aveva occhi liquidi e il volto fermo, sicuro, sinceramente devoto – gli prese il braccio, delicatamente ma con fermezza – un po’ come un nonno affettuoso che vuole insegnare qualcosa al nipote – e gli indicò l’orologio di plastica alla parete d’ingresso, fermo sull’orario del Fajr, che segnava le 5.40 di mattina. Gli spiegò che la moschea sarebbe stata aperta da lui stesso una ventina di minuti prima. Si lasciarono così, con l’augurio di rivedersi, e salutarsi un’ultima volta, all’albeggiare del giorno seguente, quando l’uomo e la giornata iniziano insieme in una prostrazione di lode a Dio.

Si svegliò nel suo caratteristico bed and breakfast proprio a due passi dalla piazza centrale della bella, lucente e un poco paesana città balcanica. Erano esattamente le cinque del mattino; qualche gocciolina lieve scendeva sulla finestrella posizionata sul soffitto della camera.

Si alzò motivato – come non sarebbe mai riuscito a fare, né prima né dopo il ritorno dalla Bosnia – e andò in bagno per compiere il caratteristico e simbolico rito delle abluzioni. Le eseguì con la gioia e la sicurezza di essere contemplato dallo sguardo onnipervadente e misericordioso del Divino. Braccia, volto, collo, piedi… doveva purificarsi per il ritorno quotidiano alla fede. Aspettò qualche minuto ancora, e si incamminò verso la Bascarsija.

Quando arrivò alla moschea, l’ingresso era ancora chiuso. Nessuno girava per la piazza della città, a parte un uomo che velocemente la attraversò sorreggendo un ombrello. Tutto era buio, silenzioso, ma soprattutto tranquillo. In quel momento, Sarajevo, non l’avresti chiamata una “città”, ma piuttosto una grande cittadina.

Arrivò l’uomo della sera precedente. Si salutarono come solo i musulmani sanno fare: mano sul cuore e Salam Aleikum. Salirono entrambi verso la corte all’ingresso, dove le persone si riuniscono durante la giornata, e dove si può trovare anche la fontana per le abluzioni. Si tolsero le scarpe ed entrarono nel luogo dove, costantemente, albeggiano lodi all’Assoluto.

Prese dalla tasca il suo tasbih, lo sgranò per diversi minuti stando seduto con le gambe nella posizione del loto sulla morbida moquette della moschea, e rammemorò quel Dio che i Sufi – i suoi amati Sufi – chiamano l’Amato. Che bella espressione!

Poco dopo fu l’ora della preghiera. Il richiamo del muezzin lo stupì molto in quei giorni; era un poco imperfetto – imperfetto come l’uomo è stato creato, dice il Corano – ma soprattutto perché era un richiamo spirituale ai fedeli poco più che ad alta voce. Una persona lontana qualche centinaio di metri – se non fosse per altre moschee presenti nella zona – non l’avrebbe sentito. Che bella una città in cui fede, devozione, tradizione e rispetto per coloro che a quell’ora ancora dormono, riescono a convivere in un rispetto e in una pace pur sempre difficile, che qui non è mai stata, né è tutt’ora, scontata.

Insieme a un’altra ventina di persone, pregarono, mentre la città lentamente si avviava al chiarore.

Minareto della piccola ma graziosa moschea della Bascarsija, Sarajevo. Photo credit ©Tiziano Brignoli

Venti minuti dopo i fedeli se ne erano già andati, e rimasero solo lui e quel signore che già gli mancava; già gli si struggeva il cuore sapendo che, molto probabilmente – se non a Dio piacendo – non l’avrebbe più rincontrato.

«Tra qualche ora vado in aeroporto, è ora di tornare», gli disse. «Grazie di tutto, essere stato qui e avervi conosciuto ha arricchito di molto la mia fede».

«Mashallah», gli rispose l’uomo. Felice, umile, ma anche con l’autorevolezza di chi, nell’Islam, ci ha vissuto per tutta la propria vita.

Ci fu poi una stretta di mano in segno di rispetto, poi una mano sul cuore in segno di saluto. Non si dissero altro. Tanto bastava, per chi veramente vive una vita in Dio.

Tornò in albergo, riposò ancora per un’oretta, uscì di nuovo per colazione, ed era ora di tornare in Italia. Non ci sarebbero più state moschee, né richiami alla preghiera, né musulmani con i quali condividere una fede che, per essere tale, deve innanzitutto infondere gioia, sicurezza, abbandono fiducioso. Lo stesso che provò a Sarajevo.

Forse questa città non sarebbe mai stata il luogo in cui avrebbe vissuto, ma avrebbe sempre avuto un ruolo adottivo nella sua esistenza: è qui che lui era stato – per così dire ufficialmente – adottato all’Islam. E’ qui che ha capito che l’uomo migliore è l’uomo devoto.

Da quel momento tutto, da un lato, sarebbe stato più difficile, perché la fede è anche sinonimo di comunità – quella che aveva trovato in questa città, e che non avrebbe ritrovato con tale facilità tornando. Ma, d’altro canto, sarebbe stato tutto anche più semplice, perché quel giovane uomo, prima di Sarajevo, pensava di aver trovato – in infinite ricerche – l’Amato; si sarebbe soltanto reso conto nelle settimane seguenti che, in realtà, era l’Amato ad aver cercato lui per tutto quel tempo. Che la sua fede non era soltanto il frutto di una ricerca, ma innanzitutto una concessione di quella grazia che Dio aveva infuso in lui.

Con questi ricordi imparò a sentirsi fortunato. A sentirsi benedetto. Anche nella difficoltà. Questo ogni volta che, fronte sul freddo pavimento – pur nell’apparente solitudine della sua camera – lodava il suo Dio. Un Dio di amore, grazia e misericordia.

Tutti i diritti riservati, ©2026 Tiziano Brignoli

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